Parole di fuoco pronunciate con voce pacata: è stato questo il tono della conferenza stampa che l’ex assessore alle attività produttive, all’innovazione tecnologica e alla formazione, Tullio Di Zazzo, ha tenuto oggi alle 12:30 nella sala Restagno del Comune di Cassino per spiegare il suo punto di vista sul recente divorzio (poco consensuale, a quanto pare) dalla Giunta della città. Se ha voluto togliersi qualche sassolino dalla scarpa, l’impressione che ha dato è che fosse solo l’inizio e che nell’immediato futuro seguiranno anche altre rivelazioni.
Si è proclamato un “Uomo libero”, al quale la revoca dell’assessorato non ha fatto altro che dare nuova vita. Né ha voluto giocare molto di fioretto, quando ha subito definito «un inganno» l’accordo che aveva stretto in campagna elettorale con l’attuale sindaco: la firma posta in calce al documento nel quale gli si prometteva un assessorato è diversa da quella con il quale D’Alessandro è solito firmare, e con la quale ha firmato anche l’atto che ha sancito, l’altro giorno, la rottura del loro rapporto politico.

Ma quali sono le ragioni che hanno spinto il sindaco a perdere la fiducia nei confronti dell’ex collaboratore? Un gazebo. Già, un gazebo. Secondo Di Zazzo, la mattina del 25 gennaio, quando è stato chiamato per conferire col primo cittadino e gli è stato dato il benservito, questa del gazebo sarebbe stata l’unica ragione che gli ha fornito: non avrebbe dovuto concedere il permesso di costruire un chiosco a un bar che si trova di fronte alla chiesa di Sant’Antonio. “Sono diventato lo zimbello di Cassino” gli avrebbe detto il sindaco. Di Zazzo non ci sta, e in conferenza stampa ribatte sul merito della questione. Prima di tutto, la pratica era stata inizialmente inviata al Settore urbanistico, come era giusto che fosse, e, solo dopo tutto l’iter e tutte le autorizzazioni del caso, era arrivata sui tavoli degli uffici afferenti all’assessorato al Commercio, che, solo ultimi nella catena, hanno dato il proprio assenso. Seconda questione, molto più importante: alla pratica non si poteva che dare una risposta positiva, perché rappresentava una richiesta legittima. Sui gazebo c’è un regolamento chiaro, che è stato stilato e approvato nel 2004. Se non si è d’accordo su come funzionano le cose, le si cambia in sede opportuna. I politici non possono permettersi di fare il bello e il cattivo tempo in base alle loro preferenze. «Qualcuno pensa che le pratiche legittime devono diventare discrezionali» aggredisce Di Zazzo, che si dichiara molto preoccupato da questo andazzo. «Le regole vanno comunque rispettate, anche se non fanno piacere». E inoltre, per rispondere a chi maliziosamente ha insinuato il dubbio che avesse ragioni di amicizia per agevolare la pratica di quell’attività commerciale, l’ex assessore ha fatto notare che ben altri, non della sua parte politica ma legati più strettamente al sindaco D’Alessandro, usano frequentare quel bar, e magari erano loro che avrebbero potuto prestare un occhio di favore nel concedere i permessi. Tuttavia, i funzionari e dirigenti del Settore Commercio hanno fatto solo il loro dovere: anzi, se avessero bloccato la pratica, avrebbero commesso un illecito, considerate le autorizzazione che già erano state concesse.
Però un gazebo può essere l’unica e vera ragione per interrompere un rapporto fiduciario a livello politico? E’ davvero possibile? Ovviamente ai giornalisti, come a tutte le persone dotate di buon senso, questa giustificazione non convince. Tuttavia Di Zazzo, punzecchiato su questo punto, ha insistito nel dire che altre ragione, a lui, non sono state fornite – anche se alcuni ammiccamenti hanno lasciato intuire che forse qualche motivo più profondo, di carattere politico, potrebbe esserci, e lui ne è a conoscenza. «E’ terminata la cambiale politica?» gli è stato chiesto. E lui: «La cambiale politica vive finché D’Alessandro è sindaco, perché lui è lì perché qualcuno i voti glieli ha dati». Come a dire: è stato eletto anche grazie ai voti portati da Di Zazzo, non può far finta di non saperlo.
Finito il rapporto, viene a galla tutto ciò che non funzionava. Ecco allora che Di Zazzo spara sull’immobilismo dell’amministrazione, sulla fatica che gli sarebbe costata l’approvazione di alcuni importanti provvedimenti, su decisioni mai digerite, su bandi ai quali, colpevolmente, non si è risposto anche se lui continuava a sollecitare… Addirittura, fa riferimento a questioni personali, come al fatto che l’assessore alla Cultura, Nora Noury, si sia intestata un’iniziativa, quella del menù ebraico realizzato dai ragazzi dell’Alberghiero durante la Giornata della Memoria, la cui idea era di Di Zazzo e che lui stesso aveva chiesto di abbandonare all’indomani della sua revoca da assessore. «Se non vado bene, non vado bene sempre».
La conferenza stampa si è chiusa con un piccolo colpo di teatro: Tullio Di Zazzo ha tirato fuori tre buste sigillate e ha chiesto ai presenti di firmarle, in modo che fosse accertata la loro integrità allorquando, tra qualche tempo, lui stesso le aprirà per rivelarne contenuto. Contenuto sul quale ha tentato di non sbilanciarsi, ma che riguarderà «3 nomi per 3 cose amministrative»: più in là di questa affermazione molto generica non si è spinto. Ma almeno sappiamo che contengono segreti diversi da quelli di Fatima.










