Montecassino – Il card. Battaglia tuona: “Un grido contro chi compra armi invece di pane”

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Nella Basilica Cattedrale di Montecassino oggi il solenne pontificale in onore del fondatore del Monastero di Montecassino, San Benedetto patrono d’Europa nel giorno che la Chiesa ricorda in suo nome. A presiedere la celebrazione, l’arcivescovo di Napoli, il cardinale Domenico Battaglia, accompagnato dal vescovo ausiliare mons. Michele Autuoro. Presenti anche il vescovo della Diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo, mons. Gerardo Antonazzo, e l’arcivescovo e abate emerito mons. Fabio Bernardo D’Onorio. Oltre a numerosi sacerdoti provenienti da diverse diocesi limitrofe.
Quella del card. Battaglia è stata un’omelia che pochi dimenticheranno. Parole scolpite nei cuori, che troppo spesso sono diventati di pietra nel nome dell’indifferenza. Tanti gli spunti di riflessione, ma molti di più i moniti che sono risuonati come sonori ceffoni all’interno della Basilica. In un tempo così difficile, di guerre e distruzione, di odio e di brutalità.
“Benedetto: non gridò la verità. Non la sventolò come una bandiera in tempo di guerra. Scelse di seminarla nel cuore degli uomini, affidandola a gesti quotidiani, a regole minime, a ore di preghiera e lavoro E mentre il mondo intorno crollava, lui ordinava le giornate come si ordina una mensa per gli ospiti: con cura, con misura, con amore. La sapienza – ci ricorda il testo sacro – si conquista mettendo in ordine il cuore. E Benedetto lo ha fatto come si mette ordine in una casa dopo una tempesta: con mani stanche, con occhi lucidi, con fede ostinata.
Ha dato forma ai giorni, ha insegnato che c’è una bellezza nascosta nella ripetizione, che non serve una vita straordinaria per cercare Dio, ma una vita semplicemente fedele. E ha capito qualcosa che ci riguarda ancora oggi: che in un mondo che corre e si perde, servono uomini e donne che facciano silenzio su tutto il resto, e ascoltino solo ciò che conta davvero.
Perché a volte, per tornare a Dio, non bisogna fare mille passi avanti, ma uno indietro: tornare a quella voce che ci chiama “figli”. A quel luogo interiore dove il tempo è ancora sacro, la parola è ancora promessa, e la sapienza è ancora un dono che si riceve in ginocchio.
Benedetto fu uomo di ascolto. La sua Regola inizia con una parola semplice: “Ascolta, o figlio”. Non dice: “Obbedisci”, non dice: “Costruisci”, non dice: “Agisci subito”. Dice: Ascolta. Perché ogni conversione vera comincia da lì: dal silenzio che fa spazio all’ altro, dalla pazienza che impara i tempi di Dio, dalla fiducia che si lascia istruire. E Benedetto, prima di essere guida, fu figlio. Figlio della Scrittura, figlio del suo tempo, figlio della Chiesa. E così diventò padre, e generò un mondo nuovo nel grembo della storia”.
Venendo alle guerre che scuotono l’oggi, Sua Eminenza ha invitato a fare proprio l’imperativo alla “Pace” dell’esperienza benedettina: “Convertiamo gli arsenali in ospedali, gli utili di guerra in borse di studio, i bunker in biblioteche. Facciamolo ora—non per idealismo, ma perché ogni ritardo ci rende complici. Complici del fuoco che brucia i villaggi, complici dell’applauso in Borsa quando un conflitto si allunga. Complici del marmo freddo delle coscienze che scorrono i notiziari senza lasciare che una sola immagine trapassi la pelle.
Benedetto ci guarda. Non come un’icona ingiallita dal tempo, ma come un testimone che con il dito tocca le ferite del mondo e ne dice il nome senza paura: guerra, idolatria del profitto, viltà politica.
E se noi tacessimo ancora una volta, sarebbero le pietre dei chiostri a gridare, a dire che non è il cielo a tradire l’uomo ma è l’uomo a tradire se stesso, ogni volta che preferisce un’esplosione di morte al pane spezzato che è vita.
Per questo, sull’altare della festa di Benedetto, non stendiamo fiori, ma un appello accorato. Un grido a chi compra armi invece di pane, a chi brinda quando un titolo “difesa” sale in borsa, a noi stessi – che ci siamo abituati a scivolare sulle notizie come pioggia su pietra. Se l’Europa tollera ancora campi incendiati e sirene notturne, è perché qualcuno ha deciso che il sangue rende più del grano. Se il Sud del mondo conta bambini gonfi di fame mentre nei summit si sfoggiano cravatte di seta, è perché si investe nella morte come in un titolo sicuro.
Benedetto griderebbe.
Direbbe che ogni missile è un’eresia contro l’uomo, che ogni bilancio militare approvato è un atto di apostasia civile. Ai governi direbbe: avete violato la Regola del vivere – quella vera,che mette l’altro al centro e il denaro fuori dal tempio. Agli azionisti dell’industria bellica direbbe: state falsificando il Vangelo. State trasformando il ferro dell’aratro in schegge per dilaniare innocenti”.
Come restare indifferenti di fronte a tanta verità?
Nella stessa giornata, il Padre Abate dom Luca Fallica ha fatto un importante annuncio: “Pace”, “Luce”, “Carità” e “Speranza” sono i quattro temi scelti dall’Abbazia di Montecassino che ispireranno il cammino spirituale verso il 2029, anno in cui saranno celebrati, con un Giubileo dedicato che vedrà protagonista l’intero mondo benedettino, i 1500 anni dalla sua fondazione.
“Ci apprestiamo a celebrare i 1500 anni della fondazione di Montecassino – ha detto Padre Luca – il che ci sollecita a fare memoria di ciò che questo luogo ha significato nell’arco ampio di questi quindici secoli e a domandarci cosa oggi è chiamato a rappresentare, nel nostro contesto, per aprirlo profeticamente a un orizzonte di speranza”, ha affermato l’Abate Luca nel suo intervento. “In particolare – ha poi precisato – sono tre i luoghi da non dimenticare: Norcia, il luogo della nascita, fondamentale perché ogni vocazione alla santità si iscrive dentro la prima e originaria vocazione: quella alla vita; Subiaco, iI luogo della prima ricerca di Dio e dell’iniziazione alla vita monastica; Montecassino, il luogo della maturità e del compimento della vita, che consegna ad altri la propria esperienza spirituale attraverso la testimonianza di una Regola”.
Nell’annunciare poi il “Giubileo 2029”, ha detto: “È dunque prezioso il suggerimento dell’Abate Primate, padre Jeremias Schroeder, di vivere il Giubileo del 2029, che egli desidera sia The Jubilee of Benedictine life, “Giubileo della Vita benedettina”, all’insegna del tema del “luogo””.
Ogni tappa ha un suo tema e in questo modo lo spazio (il luogo) si intreccia con il tempo (quattro anni verso il 2029), per disegnare un cammino progressivo, orientato verso una meta: il luogo della speranza.
“In questo primo anno che va dall’11 luglio del 2025 all’11 luglio del 2026 – ha illustrato ancora l’Abate Luca – desideriamo sostare e contemplare il monastero benedettino come luogo di pace.
Nel secondo anno, dall’11 luglio 2026 all’11 luglio 2027, il monastero sarà ricercato come <luogo di luce>. Nell’orizzontalità della storia, così spesso ottenebrata da tanta oscurità, la verticalità di Dio si rivela come luce che viene a rischiarare le nostre tenebre. Montecassino, esposto come è allo sguardo di tanti, collocato sulla cima di un monte, desidera essere luogo di luce, che nel mistero pasquale può e vuole rischiarare le tenebre della notte. Ogni monastero desidera esserlo, anche per illuminare la ricerca di tanti: ricerca di Dio, ricerca di un senso per la vita, ricerca di un compimento felice della propria esistenza.
<Luogo di comunione nella carità> è il tema proposto per il terzo anno, dal 2027 al 2028. Benedetto vuole che i suoi monaci siano dei cenobiti e al capitolo 72 della sua Regola addita lo zelo buono, I’amore sincero e oblativo, refrattario alle tentazioni di uno zelo amaro intessuto di gelosia, invidia, competizione, egoismi individualistici e narcisistici, come fondamento e anima una vita comunitaria autentica, vissuta nella carità di chi impara a non anteporre nulla all’amore di Cristo e desidera camminare insieme a tutti gli altri verso la vita eterna, che è vittoria della vita sulla morte, ma anche della comunione sulla dispersione.
Infine, l’ultimo tratto di strada ci condurrà, dall’ 11 luglio 2028 a tutto il 2029, a celebrare Montecassino come <luogo di speranza>. Saremo finalmente sostenuti e incoraggiati non da un sogno fantasioso e irreale, ma da una speranza ben fondata, che non delude, perché sarà maturata attraverso una paziente e assidua ricerca della pace, della luce, della comunione”.
“Camminando in questo modo desideriamo interrogarci come rendere vere queste parole nella vita dei nostri monasteri, e anche nella testimonianza e nel servizio che essi sono chiamati a rendere al mondo di oggi, in questa nostra storia, così tribolata, in quel <qui> e <ora> che è il luogo della nostra vita, della nostra ricerca, del nostro desiderio. Come essere oggi luogo di pace, di luce, di comunione nella carità, di speranza?
Impegniamoci e aiutiamoci a tenere ben vive queste domande nelle nostre comunità, nei nostri ambienti, con chi ci accosta, con quanti, pur non condividendo la nostra fede, desiderano comunque assumere e vivere in pienezza, con <cuori pensanti>, la propria umanità.
Locus iste! Montecassino: questo è il luogo!”.
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