Lo storico corteo di Isola del Liri con istituzioni e tutti i segretari e i delegati dei Cgil, Cisl e Uil e poi il palco, da cui trarre le conclusioni di una giornata e di un evento storico, che lì si ripete da ben 120 anni. I sindacati questa mattina hanno celebrato e onorato il Primo Maggio nella città della cascata in un momento davvero critico per i lavoratori. A concludere, quest’anno Giuseppe Massafra, segretario generale Cgil Frosinone Latina, applaudito anche da tanti studenti.

“Questo è il luogo in cui già nella seconda metà dell’800, gli effetti del nuovo capitalismo industriale accompagnavano la nascita dei primi movimenti operai.
Questo è il luogo nel quale con la costituzione della “Lega di Resistenza degli Operai Cartai” si ponevano le basi per affermare il valore delle lotte operaie nella costruzione di una società fondata sui diritti e la giustizia sociale.
Questo è uno dei primi luoghi in cui fu teorizzata, proprio con il Primo Maggio del 1905, attraverso il manifesto (cito testualmente): “simbolo di pace e di fratellanza fra i lavoratori di tutto il mondo”, l’unità dei lavoratori come argine all’avanzata totalitaria e liberticida del regime fascista.
E noi siamo qui, anche quest’anno, per ribadire che la celebrazione della giornata dei lavoratori a Isola del Liri non ha solo un valore storico, che affida alla memoria uno dei piú significativi appuntamenti non solo di questo territorio, ma dell’intero Paese.

Siamo qui per la portata valoriale e mai come oggi attuale che questa giornata ci consegna. In un tempo in cui le guerre sembrano tornate ad essere lo strumento per risolvere le controversie fra gli stati e ridisegnare un nuovo ordine mondiale. Oggi, senza più alcun pudore, la guerra è la scelta dei poteri economici per affermare la propria egemonia, limitando la libertà delle persone.
Soprattutto, la guerra è la scelta di quei potenti che si sono affannati a correre al capezzale del Papa, qualche giorno fa, mostrandosi tutti seguaci intrisi della loro cristianità da avanspettacolo, pur senza aver mai ascoltato una parola di quelle pronunciate da Papa Francesco, quando diceva: “Il negoziato non è mai una resa”, “Gaza è un genocidio”, “disarmare le parole per disarmare le menti”, fino all’ultimo angelus di Pasqua “nessuna pace è possibile senza un vero disarmo!”: Ecco il rispetto che avrebbe voluto un grande uomo, che è stato grande punto di riferimento per i cristiani di tutto il mondo e anche per chi non lo è: la presa in carico di queste parole.

Invece chiedono a noi rispetto. Ci chiedono di essere sobri. Di celebrare il valore della Resistenza con moderazione. Di ricordare la Liberazione, ma col volume basso. Sobrietà. Come se ricordare chi ha combattuto il fascismo fosse un eccesso da contenere. Come se gridare LIBERTÀ fosse maleducato.
Dicessero di stare sobri a quelli che hanno teso il braccio ad Acca Larentia, o sul lago di Como qualche giorno fa, o ieri a Milano, nel modo in cui la nostra Costituzione proibisce, invece di andare a prendere le generalità della panettiera che scrive fuori dalla sua bottega che l’antifascismo è buono come il pane.
Proprio in questo momento noi abbiamo il dovere di fare rumore.
Facciamo rumore per dire che non ci toglieranno la libertà, che la democrazia è un valore da difendere, che la Costituzione è la spina dorsale di uno Stato democratico! Facciamo rumore per affermare che l’intervento pubblico nell’economia, nella società e che lo stato sociale, inteso proprio come quel sistema di protezione sociale, sono un dovere dello Stato democratico, non un problema. Dunque i diritti fondamentali come il diritto alla cura, alla conoscenza, non devono diventare privilegi garantiti solo a chi può permetterselo. Facciamo rumore per dire che lo spazio politico non può essere utilizzato per eliminare lo spazio pubblico.
Oggi come ieri, il fatto che le persone che lavorano sono povere, che devono pensare a sopravvivere, che non possono pagarsi la sanità, che dovranno pagarsi l’istruzione, determina la condizione per cui queste persone si separano dallo Stato, si separano dalla vita democratica. Se lo Stato non ti da nulla pensi che la democrazia non ti dia nulla.

Non ci stancheremo mai di ripeterlo: se la vera crisi della democrazia è la partecipazione, ciò dipende dalla progressiva perdita di valore del lavoro. Se non hai voce ascoltata nel lavoro, se i diritti diventano progressivamente privilegi, se ciò che decide il mercato è giusto di per sé, le persone diventano esse stesse un fattore di mercato, messe in competizione tra di loro, disintegrando il significato stesso della parola società.
Essere sindacato confederale: avere una visione non corporativa ma solidale e generale della società in cui i diritti individuali stanno insieme ai diritti collettivi. In cui i diritti sociali stanno insieme ai diritti civili.
Vuol dire affermare una cultura democratica e una precisa idea di società.
Anche qui, in questo territorio. Un territorio che la sua vocazione allo sviluppo,
all’innovazione, ce l’ha, ma che rischia di vacillare, in un Paese che non ha visione di sistema, che non ha una precisa idea di quale politica industriale e che per queste ragioni rischia di subire solo le conseguenze di una crisi infinita. In un Paese che indebolisce le istituzioni locali, sempre più sole e sempre più deboli e che a loro volta non costruiscono una visione di sviluppo territoriale.
E se il Sud della Provincia trema, il nord non ride, di fronte alla mancanza di infrastrutture adeguate, alla burocrazia politica spesso fatta di prebende, alla dispersione di risorse pubbliche e alla perdita di investimenti privati.

Non è Lavoro se è precario, non è Lavoro se è sfruttato. Non è Lavoro se devi rischiare la tua vita. Affermare il diritto alla sicurezza sul lavoro, in un territorio in cui l’incidenza delle morti sul lavoro è altissima è una battaglia senza tregua, che non sopporta più l’ipocrisia del cordoglio.
Ieri a Strangolagalli un operaio è rimasto gravemente ferito mentre manovrava un carrello elevatore. Un altro lavoratore è morto per un malore in uno stabilimento specializzato nella produzione di pellicole alimentari a Frosinone. Due giorni fa, a Morolo, un operaio finisce in un dirupo col mezzo con cui manovrava i materiali ed è trasportato in codice rosso in
ospedale. E potrei continuare in un lungo elenco di vicende, solo in questa provincia, che ingigantiscono la terribile lista di tragedie di questo Paese. Siamo vicini alle famiglie di questi lavoratori. Condividiamo con loro l’angoscia, la paura, il dolore per ciò che è successo, ma non possiamo più accettare il peso di questa angoscia.
Ogni giorno in Italia tre persone escono la mattina di casa per andare a lavorare e non tornano. Tre famiglie si ritrovano a dover identificare un corpo, fare spazio in un armadio, spiegare a un figlio che il papà o la mamma non ci sono più. Con macabra puntualità, parte il teatrino: dichiarazioni accorate, minuti di silenzio, qualche fiore, una promessa vaga. Poi avanti, come se nulla fosse.
Ma il lavoro che uccide non è una fatalità. È una scelta. Politica, economica, morale. È la logica feroce del profitto che riduce l’essere umano a una variabile sacrificabile. È l’ossessione del “costi quel che costi” che porta aziende a risparmiare su tutto, tranne che sui dividendi. È l’assuefazione
istituzionale alla morte bianca, che in realtà è rossa di sangue operaio e nera di responsabilità non assunte.
Non siamo di fronte a un fenomeno imprevedibile, ma a una strage quotidiana perfettamente evitabile. I dispositivi di protezione ci sono. I controlli dovrebbero esserci. Le sanzioni anche. Ma troppo spesso la sicurezza sul lavoro resta un orpello, un fastidio burocratico, un costo da aggirare.
Così si costruiscono le impalcature dell’ingiustizia. Ci raccontano che la sicurezza è una questione di cultura. Vero. Ma la cultura si fa con le leggi, i
controlli, le ispezioni. Non con i post e le commemorazioni. Serve un esercito di ispettori, non un corteo di passerelle. Serve una magistratura che colpisca duro e non una giustizia che archivia in fretta. Chi lavora ha diritto di tornare a casa. Vivo. Allora che anche questa Piazza serva a dire che nessuno debba più morire sul lavoro!










