La disabilità è una condizione costante per molte persone che solo di tanto in tanto guadagna gli onori della cronaca per episodi che muovono a compassione (termine nobile, che non traduce precisamente “pietà”, ma che ha in sé, in quel con-passione, un sentimento di profonda condivisione). Poi la cronaca passa e i problemi per i disabili restano. Qualche giorno fa, all’ospedale di Cassino, un uomo sulla sedia a rotelle non aveva potuto parcheggiare nei posti riservati, la maggior parte dei quali erano occupati da auto che non appartenevano a un invalido. Subito l’uomo ha denunciato l’accaduto e noi abbiamo prontamente accolto il suo appello, pubblicando la notizia [leggi qui]. Però non abbiamo voluto che tutto passasse con un’indignazione momentanea. Nella puntata odierna di “Diritto di parola” abbiamo invitato il protagonista di quell’atto di inciviltà, il tenente colonnello dell’esercito, Giuseppe Campoccio.
Durante la conversazione avuta con Lucia Campoli, c’erano due parole che tornavano di frequente: l’avverbio “purtroppo” e il sostantivo “positività”. A pensarci, sono due parole contrapposte, eppure hanno convissuto bene durante tutta l’intervista. Insieme, hanno restituito il senso profondo dell’incontro con chi è certo amareggiato per uno stato dei fatti che rende ancora più difficile l’esistenza di chi ha già problemi (il “purtroppo”), ma che non si arrende e trova intorno a sé motivi di forza (la “positività”): «Cerco di affrontare la giornata sempre con la positività che mi contraddistingue».
Ma com’è la situazione a livello normativo per i disabili? «La legge sull’abbattimento delle barriere architettoniche risale ormai al 1984. Bella legge, ma praticamente in Italia, o in quasi tutta l’Italia, è ignorata se non inapplicata completamente. Da questo punto di vista, si rasenta addirittura la violazione della Costituzione, perché l’articolo 3 della Costituzione ci dice che ogni cittadino ha pari dignità nella propria vita sociale. Purtroppo questo non è così».
Le leggi vanno applicate e ogni contesto è diverso. Nella nostra città, com’è la situazione? «Nella realtà specifica di Cassino, purtroppo ci sono gravi mancanze, sia dal punto di vista normativo, sia dal punto di vista del controllo delle strutture. Invece di abbattere le barriere architettoniche, molte volte, addirittura, vengono fatte altre barriere architettoniche. E’ abbastanza difficoltoso affrontare una giornata a passeggio per Cassino con queste limitazioni». Le norme faticano a trovare applicazione. «Non solo» dice Campoccio, e poi aggiunge: «Purtroppo questa qua è una vicenda ormai annosa… Sono oltre vent’anni che sono stati rifatti i marciapiedi di Cassino e il manto stradale… purtroppo manca il controllo, manca la manutenzione. Si sono avvicendate varie amministrazioni e questo non è stato fatto. Non sono state abbattute le barriere architettoniche che erano state create, sono stati avallati progetti di ristrutturazione stradale e dei marciapiedi senza considerare però la normativa vigente, che, come ripeto, è ormai dal 1984 che si applica in Italia. Puntualmente, ogni rifacimento ha ricreato la stessa barriera architettonica, se non superiore. Se consideriamo gli scivoli per salire sul marciapiede, la media europea è del 6% [come grado di pendenza], la legge italiana dice che è l’8% massimo, qui ci troviamo con pendenze minime del 18%. Non è semplice, ma non soltanto per chi vive una situazione di disabilità in carrozzina. Consideriamo anche i passeggini dei bambini, consideriamo tante altre cose, un inciampo, una persona anziana. Anche perché la nostra società è una società anziana, dove la vita media è molto alta, e un giorno noi tutti avremo delle difficoltà oggettive nel camminare, nel porci nella società. Quindi, invece di agevolare la vita del cittadino, non si fa altro che aumentare, purtroppo, questa difficoltà oggettiva nel vivere».
I disagi non risiedono solo lungo le strade o negli uffici pubblici, ma anche all’interno delle abitazioni private. Capita che nei condomini non si facciano lavori di messa a norma e i disabili siano costretti a vivere quasi reclusi. «Questa è purtroppo una realtà nascosta. Molte persone non riescono proprio a vivere il quotidiano nella maniera più normale, perché sono impediti fisicamente a poter vivere una quotidianità sociale, perché le rampe di scale sono oggettivamente un grossissimo vincolo. Molti sono proprio relegati in casa, senza poter uscire. Basti pensare che, fino a vent’anni fa, i tesserini per gli invalidi a Cassino erano circa a un centinaio, oggi stiamo intorno ai 1700 tesserini per invalidi. Quindi ci sono delle realtà nascoste che non si vedono, perché se tutti quanti gli abitanti di Cassino portatori di handicap un giorno uscissero fuori di casa, occuperemo praticamente una piazza intera. Purtroppo questo non è possibile in alcuni posti, proprio perché ci sono delle barriere architettoniche insormontabili. Ci vorrebbero delle persone che portano giù fisicamente una persona: ascensori non a norma, o proprio assenza di ascensori, oppure assenza di scivoli idonei per poter accedere o uscire da una struttura che sia privata o pubblica… E’ indubbiamente un grossissimo ostacolo».
L’argomento è talmente sentito che in redazione, durante la diretta radiofonica, arriva un messaggio di un’ascoltatrice, Manuela, che Lucia Campoli legge subito. Nel messaggio è scritto uno sfogo: «Le amministrazioni dove sono? Anche noi paghiamo le tasse come gli altri». In studio, Giuseppe Campoccio condivide e ribadisce: «E’ vero. Noi siamo esattamente cittadini come tutti quanti gli altri. Siamo purtroppo considerati figli di un Dio minore. Noi serviamo soltanto quando dobbiamo dare un voto – allora ci dicono che possono venire addirittura a casa a prendere il voto – ma nel momento in cui noi chiediamo una semplice considerazione – ma non è una considerazione, è un diritto – di poter prendersi una giornata di sole alla villa comunale, questo non mi è possibile, perché non posso addirittura uscire fuori di casa».
Ma arriviamo a parlare dell’ultimo episodio dell’ospedale di Cassino, quando i posti per gli invalidi erano tutti occupati da altri non aventi diritto. Appena gli viene rivolta la domanda, Campoccio sbuffa quasi con rassegnazione, da chi è abituato a una realtà degradata e insensibile: «Come ogni volta che mi reco in ospedale – questa volta comunque non ce l’ho fatta più! – praticamente su 17 macchine, 10 erano sprovviste di tesserino “portatore di handicap”. Mi sono messo lì ad aspettare. Nel frattempo, comunque, ho avvisato un po’ tutti gli organi competenti per quanto riguarda il disservizio, o il malcostume, che c’è all’ospedale Santa Scolastica di Cassino. Ho avvisato sia i carabinieri che la polizia locale che la polizia di Stato, e sono anche andato a parlare con la direzione sanitaria. Il direttore non c’era, c’era il vicedirettore Taglienti. Ho rimostrato la mia, ovviamente… rabbia. Mi ha spiegato che praticamente è venuto a mancare un protocollo d’intesa tra l’ASL, l’ATER – il territorio del parcheggio è dell’ATER – e il Comune di Cassino. Ma questo da quando è stato costruito l’ospedale. Quindi non c’è competenza da parte della polizia locale. La stessa cosa i carabinieri. Quindi non c’è competenza, perché è un suolo privato, un suolo dell’ATER, dove la segnaletica verticale e orizzontale è praticamente abusiva, è una presa in giro. E’ una presa in giro, perché se nel momento in cui tu mi fai una segnaletica orizzontale e verticale con lo stallo per portatori di handicap, poi non ci può essere il controllo. Beh, questa è una gravissima mancanza dell’ASL, dell’ATER, di tutti gli organi competenti sanitari, che non si prendono proprio cura di questo aspetto normativo, che dovrebbe essere palesemente acclarato per quanto riguarda i portatori di handicap». A questa grave mancanza delle istituzioni, fa eco l’inciviltà o la mancanza d’educazione delle persone: «Poi c’è il “buon costume” di non rispettare assolutamente l’altro».
Dovunque, chi ha una disabilità, si scontra con gli ostacoli che sembrano insormontabili. «I contesti lavorativi in generale non sono completamente adeguati a una situazione d’invalidità. Ci si può trovare improvvisamente a essere, purtroppo, portatori di handicap e trovare delle difficoltà oggettive nei contesti lavorativi, perché non sono proprio progettati per avere un reintegro del lavoratore disabile. Addirittura ieri stavo leggendo che c’era stato un licenziamento per un dipendente di un’azienda di autotrasporti che purtroppo ha avuto un incidente sul lavoro e addirittura non è stato reintegrato per l’invalidità avuta. Ha fatto appello e quant’altro ed è stato reintegrato, perché obiettivamente l’azienda deve adeguarsi a una condizione di disabilità del lavoratore. E’ un argomento molto delicato, però poco sviluppato, poco sentito, anche dall’opinione pubblica, poco se ne parla. Si dà per scontato che sia tutto a posto, ma non è così, perché ovviamente una disabilità ti dà delle preclusioni di fatto. Ci vogliono degli ambienti idonei, ci sono degli spazi che devono essere adeguati, e bisogna far sì che le aziende in genere abbiano la possibilità e la voglia di reintegrare le persone che hanno avuto problematiche di salute in genere».
Tutta questa situazione non deve però spingere i disabili a chiudersi in se stessi e a vivere a metà. «Una cosa fondamentale è vivere ogni giorno il contesto della società. Quindi, uscire: la prima cosa è uscire. Poi, ritagliarsi il tempo, dopo che si è tornati a lavoro, dei propri spazi. Quindi, se piace fare lo sport, bisogna incominciare a fare lo sport… dipingere, ascoltare la musica, farsi la passeggiata… Godersi la vita istante per istante. Ed è la cosa più bella, in assoluto, che uno possa fare». (Quanto è piena quella parola, “bella”, così come la pronuncia, con due, tre “b” all’inizio, come a gustarsi il suo senso semplice e profondo, a volerne conservare tutta l’importanza, che solo la pratica costante della vita riesce a restituire).
Di questa voglia di fare lui stesso ne è il simbolo, visto che è un brillante atleta paralimpico. Il tenente colonnello Giuseppe Campoccio indossa con orgoglio una maglietta su cui campeggia la scritta: “I am Toronto 2017”. Cos’è? «E’ un evento straordinario, che adesso ha scadenza annuale. Vengono definite le “Olimpiadi per militari feriti in servizio”. Quest’anno si svolgeranno a Toronto, dove parteciperanno 18 nazioni. Saremo circa 2.000 atleti. Ci affronteremo nelle varie discipline dell’atletica… atletica e non solo. Spero vivamente di far parte del team, come l’anno scorso. Vediamo di portare delle medaglie pesanti all’Italia e a Cassino, che ne ha bisogno. Le medaglie servono proprio per far sì che poi Giuseppe sia qui in radio e parlare delle problematiche oggettive che ogni giorno bisogna affrontare». Appuntamento a settembre, dunque. Ma anche prima: «A luglio ci sono i campionati mondiali paralimpici, che si terranno a Londra. E quello è un altro evento a cui aspiro molto…».
E il suo messaggio di chiusura non può che ispirarsi alla forza d’animo e alla gioia che lo ha sempre attraversato, la stessa con cui ha aperto l’intervista: «L’importante è che tutti quanti incomincino la giornata con un bel sorriso. Forse non servirà a molto, però è positiva come cosa. Le endorfine positive sono quelle che ti fanno andare avanti».










