Avrebbero potuto salvarle la vita. Una giovane donna di Monte San Giovanni Campano è morta perché il suo tumore al seno non era stato diagnosticato in tempo. Lunedì, con una sentenza di primo grado, il tribunale ha condannato l’ASL al risarcimento di 150.000 euro perché il referto dato alla signora era sbagliato.
La vicenda presenta tutti gli estremi della malasanità. I fatti risalgono a quasi dieci anni fa. La donna si sottopone a una mammografia all’ospedale San Benedetto di Alatri. Il referto è incoraggiante, quelle calcificazioni che si vedono dalle analisi non sono preoccupanti. Quando però, un anno dopo, la donna va alla Figebo di Cassino, chi vede quelle lastre si accorge immediatamente che non è così. Era già chiaro che fossero segni tumorali. Purtroppo è troppo tardi per agire in maniera efficace. E infatti, trascorsi cinque anni di cure e tormento, la donna muore.
Adesso si è stabilita la colpa e i familiari, difesi dall’avvocato Francesco Malafronte di Cassino, dovranno essere risarciti, a meno che l’ASL non decida di ricorrere in appello.
Non notate però una stranezza? I referti non sono redatti dalle “organizzazioni” o dalle “aziende”, in maniera impersonale: allora perché si parla di ASL e non del singolo medico che aveva sbagliato a refertare gli esami? Perché sul foglio del referto compare sì il suo timbro, ma non la sua firma, e l’interessato contesta di averlo mai scritto. E così la responsabilità personale non può essere accertata. Però, secondo il giudice, comunque quel referto è uscito dall’ospedale di Alatri e quindi l’azienda sanitaria è tenuta a pagare per i danni.










